Il Rinnovamento nello Spirito Santo è da sempre un movimento verso le periferie esistenziali.

Anche in carcere, con i fratelli e le sorelle della casa circondariale, la presenza è costante. Ogni lunedì vengono proposte delle catechesi e dei momenti di preghiera.

Nel giugno 2016 c'è stata anche una festa offerta da una benefattrice con cantanti famosi, durante la quale i volontari del RnS hanno servito e pranzato con i detenuti.

Dopo la festa, le testimonianze non sono mancate. Vi riportiamo due testimonianze di detenuti.

 

Oggi, sabato 4 Giugno 2016, ho osservato, come la luce della speranza sia in grado di filtrare e raggiungere persino gli angoli più bui del mondo ...le carceri.
Era una luce abbagliante, illuminante, una luce che scalda l’anima, che scuote le coscienze e che ci ricorda che l’essere umano non è un individuo a se’ stante...ma è parte di un grande disegno, dentro il quale ognuno di noi può influire sul prossimo.
Siamo un’immensa ed infinita catena...e nelle gesta di uomini e donne che si prodigano per gli altri, dedicando loro tempo, solidarietà, altruismo, comprensione, umanità e conforto.
Ho scorto il cuore pulsante della immensa catena...l’ingrediente fondamentale che la rende solida e indistruttibile. In Passato, un grande uomo di nome Gandhi disse: “SIATE IL CAMBIAMENTO CHE VOLETE VEDERE NEL MONDO”.
Oggi, attraverso uomini e donne che hanno organizzato e realizzato l’evento in teatro ed inseguito nelle sezioni, ho percepito il cambiamento di cui parlava Gandhi.
Il pregiudizio si è dissolto nel calore dell’umanità....le barriere che dividono si sono sgretolate...sono evaporate...formando un alone carico d’amore fraterno.
E’ grazie a persone con la vostra levatura morale...grazie alla vostra empatia...grazie alla vostra sensibilità....che il bene non è solo una parola…ma è una prospettiva…è realtà.
Grazie con tutto il cuore per ciò che siete e che fate.

SANTINI CARLO

 

Estate di qualche anno fa, un paese del centro Africa mi ospitava, ero con alcuni sacerdoti e dei volontari, ho vissuto con loro per più di un mese; un susseguirsi di forti e contrastanti emozioni ha caratterizzato il mio soggiorno.
Non è passato giorno senza che lacrime di gioia, di sofferenza, di incredula sorpresa bagnassero il mio cuore e il mio viso.
Un giorno, un giorno qualsiasi, mi hanno proposto di andare a visitare un carcere per portare un po’ di amore, un po’ di cibo, dei medicinali e la parola del Signore alle persone che li erano rinchiuse e private della loro libertà. Non ho avuto nessun dubbio, non ho voluto pormi dei dubbi; ho subito dato la mia disponibilità, forse spinto dall’amore, forse dalla misericordia, forse spinto da semplice curiosità, forse è difficile definire quale complesso emotivo mi abbia spinto ad accompagnare quel sacerdote canuto che con fatica portava avanti la sua missione.
Un parallelepipedo di cemento armato, una sola porta di ferro, tre piani, finestre senza vetri con sbarre di ferro, il tutto circondato da un cortile delineato da alte mura anch’esse di cemento; poche guardie, armate, si preoccupavano della sicurezza del posto.
Non è stato difficile passare il primo cancello che si apriva verso il cortile interno, non è stato difficile incontrare e parlare con i primi uomini che avevano la fortuna di poter circolare in quello spazio aperto, non è stato difficile stringere loro le mani, abbracciarli ed ascoltare le loro storie, non sembrava di essere in un carcere.
Poi lo stanco uomo di Dio, con estrema serenità mi propone di varcare quell’unica porta di ferro che delimitava l’ingresso dell’inferno. Ci sarebbe stata una sola guardia non armata ad accompagnarci, la porta di ferro si sarebbe chiusa dietro di noi e non ci sarebbero state sbarre a dividerci da quegli uomini.
 “E’ pericoloso”, ci hanno detto. “E’ pericoloso”.
Cosa vuol dire “è pericoloso” incontrare altri uomini? Non riuscivo a capire del perché ci volessero spaventare, non riuscivo a dare alcuna motivazione a quella frase, perché dovrebbe pericoloso?
Accettai l’invito, non nego che la paura non sia stata mia compagna, ma ero certo che nulla mi sarebbe successo: ero con un sacerdote, ero li per potare il mio amore, il mio affetto, la mia vicinanza, perché mi avrebbero dovuto far del male?
La porta di ferro con un freddo rumore, viene richiusa dietro di noi. Decine, centinaia di visi neri si muovevano negli scuri locali, difficilmente si riusciva a capire quanti fossero, solo dopo ci hanno detto che più di 400 erano le persone chiuse e dimenticate in quel blocco di cemento. Non c’è luce se non quella di alcune candele, non c’è acqua se non quella contenuta in alcuni secchi, non ci sono letti né tavolini né sedie; ci sono solo delle stanze con tante stuoie stese a terra. Per poter dormire dovevano fare dei turni, non c’era lo spazio sufficiente per poter riposare tutti nello stesso momento. Una volta al giorno gli viene dato un po’ di riso con delle verdure e un po’ di acqua. Aspettano l’arrivo del sacerdote, sanno che quando va a trovarli porta loro del cibo ed è l’unica volta che possono mangiare qualcosa di diverso, l’unica volta che possono mangiare della carne, l’unica volta che possono essere medicati.
Aspettano l’arrivo del sacerdote per poter cantare, pregare e fare festa; aspettano il suo arrivo perché sanno che porta amore, gioia e speranza.
Non ho fatto in tempo ad ambientare i miei occhi alla cupa atmosfera che mani cercavano le mie mani, sorrisi che cercavano il mio sorriso, uomini che cercavano di farmi capire che anche loro erano uomini come noi e non bestie in gabbia.
La paura mi aveva lasciato appena il rumore della porta mi avvisava che il mondo era rimasto fuori: la sofferenza, la compassione, lo stupore, la rabbia, la misericordia avevano preso il suo posto.
Non volevo più uscire, volevo sentire le loro storie, volevo ascoltare il loro dolore, volevo provare a dar loro il mio conforto, volevo che capissero che tra me e loro non c’era alcuna differenza.
Ho trattenuto le mie lacrime fino a quando ho sentito alle mi spalle lo stesso freddo rumore della porta, ero tornato nel mondo esterno, avevo lasciato quelle mura che nascondevano la vita di centinaia di persone, quelle mura che provavano e spesso riuscivano a  trasformare l’uomo in bestia privandolo di tutto ciò che l’uomo ha bisogno per essere considerato tale.
Ho pianto, non sono più riuscito a cancellare quel posto e quei volti dalla mia memoria, forse non ho più voluto cancellare quelle emozioni che quegli esseri umani mi avevano regalato.
Altre estati, altri paesi, altre carceri sono state mete dei miei viaggi, altri uomini eccezionali che dedicano la loro vita ad amare i più deboli: uomini che amano altri uomini solo perché sono degli uomini.
Uomini in grado di aprire i loro cuori, di portare la voce del Signore senza nulla chiedere in cambio, un semplice sorriso era sufficiente per far loro continuare l’incredibile missione. Un solo sorriso bastava per riempire il mio cuore, un solo sorriso mi appagava e mi faceva capire quanto era importante per quegli uomini avere qualcuno che li considerasse degli uomini, dei figli di Dio, degli esseri umani.
Estate di 3 anni fa: il portone, sempre di ferro, si chiudeva dietro alle mie spalle, delle guardie accompagnavano il mio ingresso solitario in una triste struttura in cemento armato. Non ero in un paese straniero, ero nel mio paese. Non stavo andando a trovare qualcuno, stavo entrando in un carcere ma questa volta ero dall’altra parte delle sbarre. Questa volta non sarei uscito quando avessi desiderato farlo, questo volta ero io l’uomo che doveva scontare una pena per dei gravi errori commessi.
Non avrei mai pensato di trovarmi dall’altra parte, forse lo pensavo ma speravo che non mi potesse succedere, forse lo sapevo ma non ho fatto niente per impedirlo.
La porta che si chiude, il parallelepipedo che mi ingloba, il mondo che rimane fuori, la paura di essere sprofondato nel buio e di non vedere la luce che indica la via da percorrere.
Ho faticato, ho dovuto lottare a lungo contro la paura e la disperazione, ho dovuto attingere a forze finora sconosciute. Ho scoperto il vero amore, ho capito che non era stato mai abbandonato, la famiglia, gli amici, Gesù non mi avevano lasciato e non passavo giorno senza che il loro amore conquistasse spazio nel mio cuore e la tenue luce diventava un potente faro che mi indicava la via da percorrere, l’unica via che mi avrebbe salvato: la via dell’amore.
Hanno imprigionato il mio fisico ma nulla hanno potuto fare per imprigionare la mia mente, non rinchiuderanno mai la mia capacità di amare e di essere amato, le mie paure e le mie angosce non potranno far morire le mie speranze e spegnere i miei sogni, non potranno impedirmi di pregare e di amare Gesù, non potranno vietarmi di piangere, di gioire, non potranno impedirmi di vivere di sognare una nuova vita.
 
Sabato di qualche giorno fa, un sabato qualsiasi, un giorno che, senza alcun particolare motivo, è diventato un giorno di eccezionale bellezza per la sua carica emotiva, sentimentale, affettiva e spirituale.
Questa volta altre persone hanno fatto ciò che per anni ho fatto io; questa volta io ho ricevuto visite, ho incontrato altri uomini, che portavano amore e comprensione; persone che con la mia stessa semplicità sono venute ad incontrare altri uomini semplicemente perché sono degli uomini.
E’ difficile far capire come il cuore sia stato piacevolmente devastato dalle molteplici emozioni che sono piovute su di noi. E’ difficile tradurre in parole scritte quello che il cuore ha vissuto.
Solo ora, grazie a voi, ho capito quanto sia stato importante per quei tanti visi, per quei tanti cuori, per quei tanti esseri umani rinchiusi in gabbie di cemento ricevere la visita di altri esseri umani che portavano amore, fratellanza, fede, misericordia, speranza e che volevano condividere un momento di festa e di gioia semplicemente condividendo amore.
Ho pianto, riso, cantato, pregato, ho mangiato e ancora pianto, ancora riso; ho incontrato i loro sguardi, ho cercato le loro mani, ho sentito il loro amore e l’amore di Gesù che ha permesso tutto questo. Ho pianto e ancora riso; ho ascoltato le loro voci, ho sentito i loro cuori, ho visto la loro sofferenza trasformarsi in amore e la loro volontà di condividere l’amore e la speranza. Ho capito quanto sia bella la gratuità del donare: non mi interessa più ricevere qualcosa, mi entusiasma ricevere qualcuno.
Ora sono qui seduto dietro la mia piccola stanza, la porta è stata chiusa di nuovo, gli amici sono usciti e ci hanno lasciato qui, ci hanno lasciato con un carico di speranza, di amore, di fede, ci hanno lasciato i loro corpi ma i loro cuori non ci lasceranno mai: hanno lasciato qui con noi la loro parte più bella. Questo è il più bel regalo che ci potessero fare. Prego il Signore ogni giorno, prego perché possa far si che l’amore riesca a rapire in ogni momento un cuore nuovo.
Oggi molte persone, tante delle quali a noi sconosciute, sono riuscite a donarci il loro amore sotto lo sguardo attento di nostro Signore Gesù Cristo.
Sono certo che a voi non serve il mio grazie, sono certo che non avete fatto tutto ciò per ricevere un grazie, ma sono anche certo che dire grazie possa essere solo un piccolo gesto per farvi capire quanto sia stata importante la vostra presenza in questa giornata di particolare bellezza.
Solo ora ho realmente capito quanto sia importante per chi è dall’altra parte ricevere l’amore gratuito di altri esseri umani.
Per Paolo, Corrado, Maria, Paolo, Alessandra, Marcella, Nadia, Andrea,… e tutti gli altri che hanno reso un semplice sabato di giugno un giorno che difficilmente si potrà dimenticare. Per tutti voi che ci avete aiutato a riempire i nostri cuori di amore, fede, speranza e gioia.
A tutti voi grazie, un grazie che viene dal cuore.

 

Alessandro Moretti
Cella 324 sez. III
-Un uomo-