di Lorenzo Pasquariello

Carisma è un termine greco che, rispetto al termine charis che trovò nel termine gratia il corrispondente termine latino, non trovò mai un termine corrispondente nella lingua parlata a Roma.
Si tratta di un sostantivo derivato dal verbo charìzomai che significa “mostrarsi gentile o generoso”, “regalare qualcosa”. Il suffisso “ma” esprime il prodotto dell’azione.
In definitiva, carisma significa dono generoso oppure regalo.

Prima di S. Paolo, il termine carisma non lo si trova in testi pagani, mentre è usato nei papiri greci col significato di “dono dato per riconoscenza”. Con molta probabilità fu usato nel mondo ellenista sia prima che durante il periodo in cui visse l’apostolo Paolo, con un significato prettamente profano poiché non viene mai utilizzato in riferimento ad una divinità o comunità religiosa. Ne consegue che l’utilizzo del termine carisma in riferimento all’agire libero e sovrano dello Spirito Santo all’interno delle comunità cristiane è un uso esclusivamente paolino. L’Apostolo, infatti, non considera il carisma come un dono generoso che una persona fa ad un’altra, ma come dono fatto ad una comunità il cui donatore è Dio.

E’ utile ricordare, inoltre, che nell’Antico Testamento vi sono comunque figure carismatiche, cioè persone che, investite dalla potenza di Dio, vengono abilitate a compiere missioni particolari, in contesti di crisi, per liberare Israele dalla schiavitù e per risvegliare la loro fede, come ad esempio:
- Mosè, profeta senza eguali (Dt 34,10ss),
- Otniel ( Gdc 3,10),
- Gedeone ( Gdc 6,34),
- Iefte ( Gdc 11,29),
- Sansone (Gdc13,25)
- Elia ed Eliseo ( 1Re 17; 2 Re 2,1ss), con i loro carismi profetici

Nel N.T il termine carisma assume diverse accezioni secondo il contesto in cui è collocato:
a) 1 Cor 1,7 e 7,7 nel primo caso, il carisma è inteso come un dono spirituale concesso da Dio a tutti quelli che condividono la medesima vocazione cristiana, mentre nel secondo si riferisce ad un ambito particolare della vita cristiana come il celibato e il matrimonio
b) L’apostolo Paolo utilizza il termine carisma cinque volte all’interno del capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi, in particolare ai versetti. 7.9.1.28.31. Intendendo, in questo caso, un dono particolare conferito ai membri della comunità per l’edificazione comune;
c) 2 Cor 1,11 l’apostolo Paolo utilizza il termine charisma in una accezione completamente diversa rispetto a quelle precedenti; egli infatti racconta di essere stato salvato da Dio in una situazione di pericolo applicando a tale fatto il termine carisma “mentre anche voi collaborerete a nostro vantaggio per mezzo della preghiera, affinché il charisma ottenutoci da molte persone susciti un rendimento di grazie per noi da parte di molti “
d) In Rm 1,11 s. Paolo aggiunge al termine charisma l’aggettivo “spirituale” facendo intendere che non tutti i carismi sono spirituali (una guarigione corporale non è tale) e che possono essere comunicati e condivisi con altre persone: “Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche charisma spirituale perché ne siate fortificati, cioè per essere confortato con voi e tra voi per mezzo della fede che abbiamo in comune, voi e io”
e) Rm 5,15-16 l’apostolo parlando del peccato di Adamo e del dono della giustificazione operata da Cristo ne indica il carattere gratuito e generoso dell’opera salvifica operata dal Figlio di Dio, adoperando i termini charis e charisma. Ugualmente accade in Rm 6,23 mentre in Rm 11,29 la irrevocabile gratuità dei doni che Dio ha concesso ad Israele sono definiti con il termine charismata;
f) Rm12,6 il termine charisma è utilizzato in riferimento ai doni dello Spirito;
g) nelle lettere pastorali ritroviamo il termine charisma in 1Tm 4,14; 2Tm 1,6; 1 Pt 4,10

I carismi e il Magistero

Grazie alla riflessione teologico-pastorale del Concilio Vaticano II, i carismi hanno riacquistato credibilità o comunque legittimità all’interno della vita cristiana. Se, infatti, non è mai cessata l’esperienza dei carismi all’interno della vita ecclesiale è pur vero che, nelle diverse epoche della storia della Chiesa, sono stati considerati in maniera differente e, alle volte, con particolare diffidenza se non ostilità da parte della gerarchia ecclesiastica a causa delle non poche difficoltà da imputare ad un esercizio non sempre ortodosso delle manifestazioni straordinarie dello Spirito da parte dei fedeli.

La Chiesa, nel corso dei secoli, sollecitata da ricorrenti fenomeni eretici come ad esempio il “movimento profetico” creato da Montano in Asia Minore nel II secolo a cui,successivamente, aderì anche Tertulliano, fu sempre più orientata a considerare i carismi come qualcosa di marginale sino a quando scomparve quasi del tutto l’attenzione pastorale nei riguardi delle manifestazioni carismatiche. Si determinò un crescente divario tra istituzione e carisma al punto da considerarle come due realtà antitetiche o comunque indipendenti l’una dall’altra. Si trattava di un vero e proprio pregiudizio teologico fondato sul fatto che l’istituzione era intesa come una realtà stabile, ben visibile, sicura, sia da un punto di vista dottrinale che pastorale, mentre il carisma rappresentava una realtà non gestibile, instabile, non definibile secondo lo schema teologico-pastorale ricorrente e pertanto ritenuto come ostacolo alla stessa stabilità istituzionale della Chiesa.

A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha rimesso al centro dell’attenzione pastorale la realtà dei carismi assumendo una posizione definitiva rispetto alle discussioni teologiche che precedettero l’elaborazione dei testi conciliari su questo tema che fu particolarmente dibattuto, e che vide, fondamentalmente, due posizioni rispettivamente rappresentate dai cardinali Ruffini e Suenens. Il primo sosteneva la presenza dei carismi soltanto nei primi secoli della cristianità, il secondo, invece, ne testimoniava la loro costante presenza all’interno della vita ecclesiale nel corso dei secoli. Come è noto prevalse la tesi del Card. Suenens i cui contenuti furono esplicitati all’interno del famoso capitolo dodicesimo della Lumen Gentium.

Il pensiero del Card. Suenens fu in sintesi il seguente:
a) I carismi sono realtà permanenti nella Chiesa, non solo nella forma straordinaria, ma anche secondo modalità ordinarie: “Certamente, al tempo di s. Paolo, si manifestavano nella Chiesa anche carismi molto straordinari e meravigliosi, come la glossolalia estatica, o il carisma delle guarigioni. Ma non si creda che i carismi dello Spirito consistano essenzialmente o specialmente in questi fenomeni piuttosto straordinari e meravigliosi”;
b) I carismi sono necessari ai Pastori, pertanto non sono realtà marginali alla vita ecclesiale e di conseguenza non possono essere trascurati o sminuiti: “senza il ministero dei pastori sarebbero disordinati, ma, viceversa, il ministero ecclesiastico senza i carismi sarebbe povero e sterile”.

Degne di nota sono alcune considerazioni che il Cardinale Suenens fece a proposito della preghiera d’effusione, punto nodale del risveglio spirituale che ebbe larga diffusione nel mondo grazie alla diffusione del Rinnovamento carismatico. Egli definiva tale esperienza come una “presa di coscienza più viva e più intensa dell’azione dello Spirito Santo” nella vita cristiana. Non si può, infatti, pensare l’esperienza carismatica se non a partire da una nuova “consapevolezza” della regia dello Spirito Santo nella vita cristiana. Secondo Suenens il merito del Rinnovamento carismatico, in Italia Rinnovamento nello Spirito Santo, consiste nell’aver “ampliato” tale esperienza d’intimità con Dio e “introdotto” ogni battezzato in una conoscenza personale, profonda della Signoria di Cristo per una vita fondata sull’esperienza pasquale e non su forme più o meno sofisticate di ideologie religiose: ”Questa esperienza forte si può presentare, ma normalmente si tratta di una presa di coscienza più viva e più intensa dell’azione dello Spirito Santo, che noi possediamo già nel battesimo e nella confermazione…..Ho sperimentato molto spesso, nella mia vita, questo linguaggio diretto di Dio attraverso la Parola…il Rinnovamento carismatico ha ampliato questa esperienza, ha introdotto ogni cristiano sempre più nell’intimità personale di Dio, in questa intelligenza del cuore che fa dire “ E’ il Signore”, là dove altri non vedrebbero se non un fantasma”.

“Egli ( lo Spirito) introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22”. (LG 4)
“Anche nella struttura del corpo mistico di Cristo vige una diversità di membri e di uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri (cfr. 1 Cor 12,1-11). Fra questi doni eccelle quello degli apostoli, alla cui autorità lo stesso Spirito sottomette anche i carismatici “ (cfr. 1 Cor 14). (LG 7)

“Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: «A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione. Non bisogna però chiedere imprudentemente i doni straordinari, né sperare da essi con presunzione i frutti del lavoro apostolico. Il giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato appartiene a coloro che detengono l'autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Ts 5,12 e 19-21)”. (LG 12)

“I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazie per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi”. (CCC 800)

“la grazia è innanzitutto principalmente il dono dello Spirito che ci giustifica e ci santifica. Ma la grazia comprende anche i doni che lo Spirito ci concede per associarci alla sua opera, per renderci capaci di cooperare alla salvezza degli altri e alla crescita del Corpo di Cristo”. (CCC 2003)

I carismi e il cristiano

I carismi appartengono alla vita ordinaria della Chiesa, non sono di esclusiva pertinenza di una categoria particolare di credenti come ad esempio i santi, i mistici, oppure di quanti fanno parte dell’ordine sacro, ma sono doni elargiti dallo Spirito a tutti, senza alcuna preferenza né distinzione. I carismi, inoltre, non hanno necessariamente un carattere straordinario o meraviglioso poiché come afferma l’esortazione apostolica Christifedeles laici “possono essere “straordinari o semplici e umili” “ e fanno parte della “vita ordinaria della Chiesa” nel senso che non sono manifestazioni sporadiche o periodiche, ma riguardano la natura stessa della vita ecclesiale;

I carismi non sono finalizzati primariamente o principalmente alla santificazione personale, ma per il bene di tutta la Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Senza sminuire questo principio non si può, in realtà, porre un confine netto tra esercizio carismatico e santità personale soprattutto tenuto conto che l’apostolo Paolo non attribuisce a tutti i carismi una funzione ecclesiale come, ad esempio, per il carisma della glossolalia esclusivamente finalizzato alla crescita personale. Fermo restando l’affermazione paolina, sappiamo che lo Spirito fonte dei carismi è il medesimo che porta a perfezione la vita cristiana, di conseguenza, non possiamo separare l’esperienza carismatica dalla santità, vero humus in cui i doni dello Spirito crescono e si sviluppano. La santità non è la premessa per ricevere i carismi, ma è la condizione per un esercizio carismatico conforme alla volontà di Dio

I carismi sono elargiti secondo la libera potestà dello Spirito Santo e in quanto doni di Dio non possono essere posseduti o asserviti ad interessi umani e non sono soggetti a regole predeterminate “né ad una disciplina particolare, né ad uno schema di interventi stabilito una volta per sempre” (Giovanni Paolo II, 1987);

I carismi concorrono all’edificazione della comunità. La comunità è una, il Corpo ecclesiale è uno, mentre i carismi sono molteplici e diversi. La diversità non è lesiva dell’unità, tutti infatti provengono dall’unico e medesimo Spirito il quale educa ciascun battezzato alla reciproca comprensione e il rispetto di ciascuno affinché ognuno impari a riconoscere la ricchezza spirituale dell’altro. Ogni dono è elargito per costruire vincoli di comunione fraterna e non per creare divisioni: “...dobbiamo altresì proclamare la nostra convinzione, fondata su una certezza di fede e sull’esperienza della storia, che lo Spirito Santo lavora instancabilmente all’edificazione dell’unità e della comunione, nonostante la nostra debolezza “ ( Giovanni Paolo II)

I carismi sono soggetti al discernimento dei Pastori “nessun carisma dispensa dal riferimento e dalla sottomissione ai Pastori della Chiesa” . La comunità, afferma Giovanni Paolo II, ha “diritto di essere avvertita dai Pastori sulla autenticità dei carismi e sulla affidabilità di coloro che si presentano come loro portatori”. Il Santo Padre considera il discernimento dei Pastori non un’imposizione pastorale, ma un diritto da parte dei battezzati che garantisce la comunità circa l’autenticità dell’esperienza carismatica. I Pastori in qualità di “economi della grazia”, di sentinelle poste dallo Spirito Santo (cfr Atti 20,28) per vegliare sul gregge loro affidato (cfr 1 Pt 5,2ss.), riconoscono le diverse realtà ecclesiali nonché i modi diversi attraverso i quali lo Spirito si manifesta, per aiutare la comunità a crescere nel discernimento spirituale in modo da poter riconoscere l’azione di Dio e aderirvi con radicale fiducia. Il discernimento “pastorale” non consiste soltanto nel verificare l’autenticità del carisma, ma anche il modo di esercitarlo. Si tratta, detto in altri termini, di verificare il comportamento affinché si possa constatare l’affidabilità della persona carismatica, se gode di ”buona reputazione” se agisce nello Spirito e con saggezza (cf. Atti 6,3). Una persona è “affidabile” se: vive il primato della santità (cfr. 1Pt 1,14 1Tes 4,3); professa responsabilmente la fede cattolica; testimonia in maniera salda e convinta il primato della comunione testimonia uno stile di vita conforme (cfr 1Pt 3,16; Fil 1,27; Ef 4,1; Col 1,10) al Vangelo; possiede “i modi di Cristo” ( Didachè);

I carismi devono essere accolti con gratitudine e riconoscenza ed esercitati con umiltà. Il diritto e dovere di esercitarli non deriva da un’autorizzazione preventiva da parte della gerarchia bensì dal battesimo e dal carisma medesimo : “Da tali carismi sorge “il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e ad edificazione della Chiesa”. E’ diritto che si fonda sulla donazione dello Spirito e sulla convalida della Chiesa. E’ un dovere motivato dal fatto stesso del dono ricevuto, che crea una responsabilità ed esige un impegno”. Il carisma stesso abilita all’esercizio. Questo non vuol dire che ciascuno può, in virtù del dono ricevuto, agire senza tener conto di niente e di nessuno, poiché il discernimento da parte dei Pastori risulta sempre necessario e imprescindibile, ma esso avviene nella maniera in cui c’è l’esercizio del carisma e non prima. Il discernimento non conferisce ciò che non viene elargito dall’Alto, da Dio, bensì riconosce le opere di Dio nella vita del credente e ne regola l’esercizio. La Chiesa convalida, riconosce i carismi, ma è lo Spirito che li elargisce.

Come esercitare i carismi

Con senso di responsabilità nel modo di accogliere ed esercitare i carismi. Ogni dono che proviene dall’Alto è sempre un’offerta di Dio, una vera e propria chiamata in vista di una missione specifica. Nella maniera in cui il battezzato risponde con generosità all’invito dello Spirito per il bene comune, esercita il carisma ricevuto. Chi esercita un carisma non mostra un potere superiore agli altri, un merito da cui trarne vanto, ma l’essere obbediente alla chiamata di Dio. Il senso di responsabilità, di accortezza spirituale, d’interesse per il bene degli altri che scaturisce dall’esercizio carismatico testimoniano la volontà umana di aderire la progetto di Dio, senza arroganza, senza pretese, ma servendo il Signore con tutta umiltà. La responsabilità consiste nel vigilare per non sciupare il carisma, per non ostacolarlo con il proprio peccato o incredulità. Vigilare contro ogni forma d’ignavia, di apatia spirituale, di accidia, di paura che ci porta a “sotterrare” il “talento” ricevuto ( cfr Mt 25,25ss). Essere responsabili significa mettere in gioco la propria libertà, desiderare di crescere nella relazione fraterna, nella comunione ecclesiale, per collaborare con la grazia con generosità e disponibilità di cuore;

Con impegno cioè cura spirituale, formazione, lotta senza tregua contro ogni forma di egoismo (filautia), d’idolatria. L’impegno richiede la disponibilità di spendersi per gli altri, di mettersi al servizio della comunità donando se stessi, il proprio tempo, la propria intelligenza, faticando per amore del Signore e della comunità. L’impegno consiste in una disposizione del cuore consapevoli di essere “buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (cfr 1 Pt 4,10). Non “possessori” della grazia di Dio, ma amministratori cioè coloro che hanno ricevuto in dono la grazia carismatica e la condividono. L’impegno non scaturisce da una forma di attivismo nevrotico, ma dall’energia che riceviamo da Dio ( cfr 1 Pt 4,11) che fa essere “ferventi nello Spirito” e “premurosi nell’ospitalità” (cfr Rm 12,11.12) per non compiacere noi stessi, ma cercando di piacere al prossimo nel bene (cfr. Rm 15,1)

Con attenzione ai bisogni degli altri. I carismi, afferma l’apostolo Paolo, sono dati perché le diversa “membra” del corpo si prendano cura le une delle altre (cfr 1Cor 12,25), reciprocamente. Ogni carisma necessita di altri carismi; nessuno è una realtà isolata nella Chiesa, autosufficiente, autoreferenziale, ma ognuno è parte dell’altro. L’attenzione al fratello scaturisce nella maniera in cui amiamo coloro che sono stati generati da Dio. Viviamo secondo lo Spirito se amiamo gli altri come Dio ci ama. Senza amore fraterno non c’è amore per Dio. Se, infatti, diciamo di amare Dio che non vediamo e non amiamo il fratello che vediamo siamo bugiardi: “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha dato il suo Spirito…. Se uno dice “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” ( 1Gv 4,11-13.20-21).

I carismi sono manifestazioni straordinarie dell’amore di Dio che agisce con potenza per la salvezza di tutti. Chi non ama gli altri difficilmente riesce a lasciarsi coinvolgere dalla forza carismatica dello Spirito. Il primo episodio di guarigione dopo la Pentecoste, narrato negli Atti degli Apostoli, è particolarmente indicativo in tal senso, infatti, proprio quando Pietro e Giovanni stavano per recarsi al Tempio per la preghiera incrociano lo sguardo di un uomo, storpio, fermo davanti alla porta “Bella” del Tempio ( At 3,2) . Anche in questo caso, come nella brano citato della 1 Lettera di Giovanni, assume particolare importante il verbo “vedere” che indica il livello di attenzione verso gli altri. Riportiamo i versetti che riguardano il verbo vedere/ fissare/ guardare: “ fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi” ( At 3,4); “Ed egli si volse a guardarli” ( At 3,5); “Tutto il popolo li vide camminare e lodare Dio” (3,9). In sintesi l’uomo bisognoso guarda i due apostoli, questi si lasciano interpellare dallo sguardo del bisognoso e a loro volta lo guardano cioè pongono attenzione, si prendono cura di lui. I due apostoli, invece di proseguire per andare a pregare si fermano a guardare l’uomo bisognoso. Non si tratta di uno sguardo che giudica, ma che responsabilizza tanto che Pietro dice: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina” ( At 3,6).

La logica carismatica risiede tutta in questo versetto e nell’atteggiamento di Pietro:
1) riconoscere di non avere nulla, di non possedere nulla, di non avere meriti, capacità, tale da attirare l’attenzione di Dio e degli altri su di sè. Il vero carismatico è avulso da ogni forma di protagonismo, non ama il successo, la fama;
2) nella consapevolezza di non avere nulla è altrettanto consapevole di avere tutto ciò che può aiutare il bisognoso ovvero la fede nel Cristo Risorto. L’uomo bisognoso non è un oggetto impersonale, ma è un uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio verso il quale l’uomo unto dallo Spirito, in questo caso Pietro, non può più rimanere indifferente.
Dalla Pentecoste in poi, chi è colmo dello Spirito Santo è stato liberato dall’indifferenza verso l’altro, dal ritenere gli altri nemici da cui difendersi o, se possibile, eliminare. L’uomo carismatico è colui che è passato, per la potenza dello Spirito Santo, dall’indifferenza alla compassione, dall’ostilità all’ospitalità.
Se non c’è questo sguardo del cuore reso possibile dall’effusione dello Spirito, se non riconosciamo l’altro come uno che ci appartiene, uno verso il quale abbiamo un “debito” e non un “credito”, difficilmente riusciremo a lasciarci guidare dalla forza carismatica della Pentecoste “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge” ( Rm 13,8)

Diceva p. Tomaso Beck a proposito del carisma di guarigione che “se il fine della guarigione consiste solo nel dare al paziente una nuova condizione di salute, mantenendo inalterata la sua mancanza di speranza, il fatto non sarebbe carismatico, ma solo terapeutico” e proseguiva sottolineando che un carisma è fondamentalmente una presenza d'amore del Signore. Nel momento in cui si realizza la guarigione il Signore manifesta la sua presenza e ravviva la speranza nel cuore di chi ha sperimentato la guarigione fisica in attesa di quella definitiva dove tutto l'uomo e tutti gli uomini saranno salvati.
L'azione carismatica non si esaurisce nell'ottenimento immediato di un beneficio, ma nel partecipare al dinamismo pasquale per aderire al Signore con tutto il cuore, la mente e le forze.

L'apostolo Paolo pone un nesso evidente tra esercizio carismatico e conversione quando chiarisce alla comunità di Corinto l'effetto dei carismi profetici “Se invece tutti profetizzano e sopraggiunge qualche non credente o non iniziato, verrà da tutti convinto del suo errore e da tutti giudicato, i segreti del suo cuore saranno manifestati e così, prostrandosi a terra, adorerà Dio, proclamando: Dio è veramente fra voi!” (1Cor 14,24-25). Secondo gli Atti degli Apostoli, inoltre, l'effusione dei carismi è la testimonianza che lo Spirito dà a coloro nei quali si è operata la conversione (cfr. At 5,31; 11,18; 20.21). Esiste un rapporto connaturale tra conversione e carismi.

Il Catechismo per gli Adulti offre ulteriori spunti ai n.502-501 che qui sono sintetizzati:
1) i carismi “intesi in senso proprio, si distinguono dalle grazie concesse per la santificazione personale: sono dati a vantaggio degli altri”, pur tuttavia la capacità di contribuire al bene altrui, prosegue il testo, “di solito è strettamente collegato alla qualità della propria vita spirituale”;
2) sono concessi a tutti;
3) sono innumerevoli come le esigenze alle quali rispondono;
4) anche il matrimonio è annoverato tra i carismi;
5) alcuni carismi sono occasionali e spontanei, come il parlare in lingue sconosciute, altri stabili come il compito di maestro, altri perfino istituzionali come gli uffici di presbitero e di evangelizzatore;
6) devono essere integrati e valorizzati in una pastorale di comunione;
7) non tutti carismi hanno la stessa importanza;
8) bisogna chiederli con la preghiera e accoglierli con libera cooperazione;
9) i Pastori hanno il compito di discernere la loro autenticità e di regolare l’esercizio in umile atteggiamento di obbedienza allo Spirito e apertura ai fratelli. Nessuno può conferirli o disporre a piacimento;
10) non vanno confusi con le aspirazioni e le imprese puramente umane.

I carismi nella vita del RnS

I carismi sono grazie speciali sia per il modo in cui sono dati, che per il fine per il quale sono dati.
Il modo è quello imperscrutabile attraverso cui lo Spirito, in piena libertà, li elargisce. A differenza dei doni della fede, speranza e carità, che tutti dobbiamo avere per poter essere graditi a Dio, i carismi sono distribuiti in modo diverso tra i fedeli. Questo perché a noi non è dato di conoscere i segreti di Dio (cf 1Cor 2,11) ma anche perché a Dio spesso piace confondere le nostre certezze, a lui piace scegliere ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti (1Cor 1, 27).
Non a tutti sono dati in egual modo e nella stessa misura.
Il fine è quello di condurci ad una maggiore rettitudine di vita (non per l’animazione e per animare “bene” un incontro di preghiera), quindi ad aiutarci nella nostra personale opera di santificazione; a metterci a servizio dei fratelli: «ciascuno metta a servizio degli altri il carisma ricevuto (1Pt 4,10) e a renderci «adatti e pronti a compiere diverse opere e uffici utili al rinnovamento e all’espansione della Chiesa» (Lumen Gentium 12). Ecco perché il più alto dei carismi è la carità, che è anche il denominatore comune di ogni carisma, perché il carisma senza la carità diviene strumento di soddisfazione personale, quindi non ci aiuta a santificarci; strumento di egocentrismo, quindi non ci fa mettere al servizio dei fratelli e della Chiesa.

Tutta l’esperienza del RnS si può sintetizzare nell’espressione ormai comune: Gesù è il Signore, che esprime bene il cammino di conversione e l’esperienza dei carismi. I binomi conversione e carismi, santità e carismi, sono alla base della vita dei nostri gruppi e delle nostre comunità. Non bisogna però cedere alla tentazione di confondere la finalità: conversione e santità, con i mezzi: i carismi, ma entrambi sono connaturali per un autentica esperienza dello Spirito, infatti un affievolimento del cammino di conversione determina anche un affievolimento dell’esperienza carismatica e viceversa. La presenza e l’esperienza dei carismi a partire dall’effusione è la prova che lo Spirito sta operando nei nostri cuori la “conversione a Dio“. Non a caso fin dal sorgere dei primi gruppi in Italia, per evitare di confondere il fine con i mezzi, si decise di prendere come denominazione Rinnovamento nello Spirito Santo piuttosto che Rinnovamento Carismatico.

Preghiera in lingue

La capacità di parlare in una lingua che noi stessi non comprendiamo. È una preghiera rivolta a Dio, non necessariamente va interpretata: «Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso» (non è ironico, ma fa riferimento ad un dialogo personale con Dio). «Colui che parla in lingue non parla agli uomini ma a Dio, nessuno lo comprende e dice cose misteriose (1Cor 14,2). È inteso non necessariamente come una lingua straniera ma come un linguaggio incomprensibile. Paolo non ha questo dono in grande simpatia, ma si augura che chi lo riceve possa ricevere anche il dono di interpretare, perché possa essere edificata tutta l’assemblea. Talvolta è un carisma che viene dato a una persona per rivolgere un messaggio all’assemblea. In questo caso deve essere esercitato con ordine e ha bisogno dell’interpretazione (1Cor 14,27). Il canto in lingue, nella nostra prassi è il giubilo di cui parla Agostino: non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore: dunque le varie forme di preghiera in lingue possono intendersi come un carisma per mezzo del quale si libera pienamente lo spirito umano in un linguaggio di lode che altrimenti non riusciremmo ad esprimere.

Il carisma dell’interpretazione

1Cor 14,13: Perciò chi parla con il dono delle lingue, preghi anche di poterle interpretare.
1Cor 14,27-28: Quando si parla con il dono delle lingue siano in due o al massimo in tre a parlare e per ordine, uno si faccia da interprete. Se non vi è chi interpreta, ciascuno di essi taccia nell’assemblea e parli solo a se stesso e a Dio. Questo significa che non è l’interpretazione che garantisce sulla veridicità della profezia. P. Congar: non si tratta di una traduzione, ma di un carisma. Perché allora è necessario che ci sia la profezia in lingue se poi c’è comunque la traduzione? Perché hanno funzioni diverse: la profezia accende la fede dell’assemblea e indica che il Signore vuole parlare, la traduzione dice cosa il Signore vuole comunicare.

La parola di scienza

Si tratta di una intuizione della verità: Una conoscenza delle cose divine che accade più ai semplici che ai dotti. Ha un duplice scopo: fissa l’attenzione sul vero fine della nostra vita che è Dio e ed esercita un discernimento chiaro sulle cose, sulle persone, sugli avvenimenti, su ciò che è conforme a Dio e su ciò che non lo è. Paolo (1Cor 8,4) dice: Poiché un idolo non ha un’esistenza reale, dunque possiamo mangiare carne sacrificata agli idoli.

La parola di sapienza

E’ un dono legato a quello di scienza, si potrebbe dire un dono di scienza applicato a casi particolari, situazioni concrete della vita, soprattutto quando difficili. Per capirci, Salomone aveva il dono di sapienza. Il sapiente non è colui che sa le cose di Dio, quindi quello della sapienza non è un dono intellettuale, ma uno che vive le cose di Dio. S. Teresa del Bambin Gesù dice: Comprendo e so per esperienza che il regno di Dio è dentro di noi. È una intuizione riguardo al mistero della Redenzione: un esempio può essere quello di Pietro in casa di Cornelio, in verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone.
La parola di sapienza fa parte della comprensione delle cose eterne, la parola di scienza riguarda l’attività mediante la quale facciamo buon uso delle cose temporali.
La parola di sapienza comporta una conoscenza intellettuale di realtà eterne, la parola di scienza una conoscenza razionale di realtà di questo mondo.

Il carisma delle guarigioni

E’ un carisma che produce una guarigione fisica, psicologica, spirituale, un fatto comune nella Chiesa delle origini, un segno che accompagna la predicazione (Mc 16). La Lumen Gentium al n. 5 afferma che «i miracoli di Gesù confermano che il Regno è già venuto sulla terra». Il carisma dei miracoli E’ un carisma che implica fatti straordinari che riguardano la natura fisica e non sono spiegabili (acqua in vino; moltiplicazione dei pani, tempesta sedata, Pietro che cammina sulle acque, ma anche la risurrezione di Lazzaro). Agostino ne parla come segni della onnipotenza divina (De civitate Dei). Agostino ci dà anche alcuni elementi:
• I miracoli non sono fatti di per sé per dare delle particolari soddisfazioni alla nostra intelligenza e razionalità: anzi «alcune opere mirabili di Dio verrebbero svilite se la loro spiegazione non rimanesse alquanto occulta» (Epistole)
• I miracoli possono talvolta essere compiuti da persone non dotate di santità: servono sempre a far conoscere a molti il nome di Cristo.
• I miracoli non sono necessari perché uno viva degnamente da cristiano. Nel commento al salmo 90 dice: «Molti sono caduti per il desiderio di fare cose portentose».
• Non possono diventare una consuetudine
• il dono dei miracoli in bravi cristiani è da considerarsi una caratteristica della loro attività missionaria.
• Il dono non ci dà l’autorità di sapere quali persone vanno guarite.
• Lo scopo ultimo fa parte di un ordinamento divino, che resterà incomprensibile agli uomini ma che manifesta in tutto il suo fulgore la potenza della risurrezione di Cristo.

Il riposo nello Spirito

Ne parla Agostino varie volte, sottolineando che mentre l’estasi è un rapimento verso cose celesti, il riposo nello Spirito è una alienazione dovuta più ad un profondo senso di timore. Qualche volta è dovuta ad un marcato senso di protagonismo: come discernere? Dai frutti, per mezzo del discernimento umano sulla persona, per mezzo del discernimento spirituale. Qualche volta il riposo nello Spirito può accompagnare una guarigione (Agostino nel De Civitate Dei racconta quella del giovane Paolo dinanzi alla reliquia di Santo Stefano

Il discernimento

Il discernimento è un dono spirituale dato all’interno di un servizio pastorale o in vista della liberazione dal male, che mette in condizioni di riconoscere il male anche quando si traveste da bene (1 Cor 12, 10), il discernimento degli spiriti, è una peculiarità del carisma, mentre c’è poi una capacità generale di discernere che ogni cristiano deve esercitare attraverso il discernimento dottrinale (Parola di Dio, Magistero, Comandamenti); il discernimento soggettivo o personale (sulla base del buon senso, della nostra intelligenza, dei nostri criteri di giudizio); il discernimento comunitario (ricerca comune della volontà di Dio sul gruppo, su uno o più dei suoi membri.

CONCLUSIONI

Dobbiamo – come raccomanda Benedetto XVI – testimoniare e annunciare il Vangelo con lo sguardo della gioia. Le parole saranno luminose e avvincenti se fluiranno da un cuore che respira la gioia di Dio e la comunione ecclesiale. Liberiamoci, cari fratelli e sorelle, dagli impedimenti interiori che mortificano la gioia della fede; liberiamoci dalla paura di essere giudicati dal mondo. Dobbiamo essere liberi dal mondo per poterlo amare nella verità di Cristo. Diffondete la cultura della Pentecoste, che è cultura di unità e comunione. Essa non è frutto della presunzione umana - come nel caso della torre di Babele - ma è dono dello Spirito che è scende dall’Alto. Per questo siamo qui a ringraziare, a lodare e a invocare che la Pentecoste si rinnovi nei nostri cuori e nella Chiesa che è nel nostro amato Paese.
(Card. Bagnasco, 26 maggio 2012)

Cari amici, continuate a testimoniare la gioia della fede in Cristo, la bellezza di essere discepoli di Gesù, la potenza d’amore che il suo Vangelo sprigiona nella storia, come pure l’incomparabile grazia che ogni credente può sperimentare nella Chiesa con la pratica santificante dei Sacramenti e l’esercizio umile e disinteressato dei carismi, che, come dice san Paolo, vanno sempre utilizzati per il bene comune. Non cedete alla tentazione della mediocrità e dell’abitudine! Coltivate nell’animo desideri alti e generosi! Fate vostri i pensieri, i sentimenti, le azioni di Gesù! Sì, il Signore chiama ciascuno di voi ad essere collaboratore infaticabile del suo disegno di salvezza, che cambia i cuori; ha bisogno anche di voi per fare delle vostre famiglie, delle vostre comunità e delle vostre città, luoghi di amore e di speranza. (Benedetto XVI, Udienza al RnS, 26 maggio 2012)